occhi
 
APRIAMO GLI OCCHI
NESSUNO E' BURATTINAIO DELL'ALTRO
 
 
LA STORIA VERA DELLA COOPERATIVA IL FORTETO
 

 

 

burattinaio
 

 

L’ALTRA FACCIA DELLA LUNA 

 

forteto

"Le nostre radici sono là
dove si sono lasciati i nostri sogni"
Renato Ciabatti

INTRODUZIONE

Qualcuno si domanderà: perché parlare del Forteto?
Perché rappresenta per molti di noi un’occasione mancata!

Questo lavoro è frutto di una lunga riflessione tra testimoni che, attraverso le loro parole, ci fanno rivivere le loro esperienze di vita: da Barbiana alle cooperative comunità, dalla famiglia nucleare a quella allargata.
A questa ultima, che appare ormai storicamente vincente, non riusciamo ancora a dare una vera identità, o meglio, a riconoscerle di possedere un’etica e di essere capace di esprimere sentimenti, per poter vivere serenamente e con gli stessi attimi di felicità che tutti gli uomini, o donne, provano nell’arco della propria vita.

Ciò che scriviamo lo riflettiamo dopo la lettura comune, in un gruppo di amici, di “La contraddizione virtuosa: Il problema educativo, don Milani e il Forteto”, a cura di Giuseppe Fornari e Nicola Casanova. Un libretto che finalmente mette in luce gli aspetti divergenti tra don Lorenzo Milani e i teorici della Fondazione il Forteto, alla quale le istituzioni hanno affidato il progetto Barbiana. Oggetto principale: il significato di famiglia funzionale che sta alla base dei processi di affido dei minori alla comunità dove giocano un ruolo determinante Rodolfo Fiesoli e Luigi Goffredi.

Molto spesso la morale comune impedisce alla famiglia allargata una crescita spontanea. I figli che da essa nascono diventano le nuove vittime sacrificali dei sacerdoti o falsi terapeuti di oggi. I quali ancora giudicano e separano, come hanno fatto sempre al Forteto, i  maschi dalle femmine. I figli dai padri. Realtà normali dai contesti considerati dal gruppo pericolosi.

Questa, solo apparentemente asettica, morale comune ha sempre ucciso psicologicamente e fisicamente la propria vittima. Negli anni '70 bastava essere dei separati per subire emarginazioni terribili soprattutto all'interno di comunità parrocchiali cattoliche, ma anche all'interno delle comunità scolastiche e laiche. Quanti pazienti designati abbiamo incontrato nel nostro percorso di vita?
Questa contraddizione storica sembra oggi evolversi in “virtuosa” e sembra nascere, ci dice il patriarca del Forteto, con il suo amico Giuseppe Fornari, come idea di contrasto a quella di benessere.

Questa idea è volutamente un po’ brutale, ci dicono il Fiesoli e l’amico filosofo, perché finalizzata a far pensare e discutere coloro che fossero interessati ad una proposta comune di esperienza educativa: “Il progetto Barbiana".

Il Forteto coordinerà un progetto nelle Scuole del Territorio con l’Università di Firenze, Bergamo, la Fondazione don Milani, la sindaco Lorini ne fa parte, la vecchia Amministrazione Comunale, per fortuna quella nuova esprime finalmente un altro pensiero, etc.

Agostino sì, intendeva il male come assenza di bene. Non mi convince
invece la identificazione con l'intellettualismo etico di Socrate.
Socrate da un certo punto di vista pecca di una certa ingenuità:
l'uomo che compie il male, secondo lui, lo fa perchè ignora il bene.
Il male è ignoranza del bene. Una ingenuità che fa riflettere!
L'operazione di Socrate: declassare il malvagio a semplice stupido,
incapace di pensare e per questo attore del male. La ricetta diventa,
evidentemente, parafrasando Cartesio, se penso non diverrò mai
malvagio, non potrò mai essere colpevole. (Anche questo è ingenuo! )Mi libererò dal male.
Ma Socrate non ignora forse la umanissima capacità di convivere con la
propria colpa e la propria malvagità, senza per questo essere uomini
che non pensano? Ci sono uomini che sanno pensare e vedono il male che fanno, lo capiscono bene, San Paolo, ma lo scelgono lo stesso, in virtù dei vantaggi che gliene derivano, o per schivare problemi. Lo fanno, il male e imparano a conviverci, tacitando la loro coscienza, costruendo delle giustificazioni, più o meno raffinate, resistendo ad ogni tentativo di responsabilizzazione proveniente dall'esterno. L'ultimo
atto, al limite dell'educare, diviene quello di tacitare, anche con la violenza, coloro che vorrebbero ricondurti alla responsabilità di quello che hai fatto.
Agostino, che era un peccatore sfrenato, prima della conversione, non
è così ingenuo; parla del male come "assenza di bene" e non come
ignoranza del bene, perchè sa che non basta l'intelligenza per
evitarlo. Lo sa perchè lo ha provato sulla sua pelle. Postula infatti
il bisogno di un salvatore per l'uomo. In questo sta il suo essere
cristiano oltre che filosofo. Nell’analizzare il significato di benessere si ha l’impressione che, i nostri, mescolino insieme due aspetti in realtà separati: il concetto del bene e del male, e  rimuovono quello del piacere. Quasi la vita fosse solo fatale dolore! Forse qui si capisce cosa significa la terapia del sesso al Forteto!
Questo imporre una morale vincolante per tutto il gruppo, il bene comune (poi capiremo meglio questa ideologia), prima ancora che introdurre la propria idea di contrasto al benessere "borghese", direbbe il nostro Priore, fa pensare, più che all'intellettualismo etico di Sant’Agostino, a desideri perversi e mascherati che consciamente si esprimono da parte dei dirigenti del Forteto.
Questi sono in sintesi i riferimenti di Rodolfo: "Agostino, come Socrate, sostiene che il male si manifesta per ignoranza, ed esclude nuovamente il male dalla natura divina perché questa è onnisciente. … il male non è una realtà contrapposta al bene, ma solamente la sua negazione, per cui chi partecipa al male entra nella de realizzazione, nella non esistenza, che è la lontananza da Dio.
Il mondo attuale segue un principio analogo ci dicono i nostri.
Essendo totalmente staccato da un Dio in cui non crede più, un Dio sostanzialmente invertito, cioè rovesciato, da spirituale diventa materiale, necessita della "vera conoscenza".
Chi ha la conoscenza ed è quindi libero non commette atti legati all'ignoranza del proprio bene, ci ricordano gli pseudo antropologi del Forteto. Ai quali viene normale rispondere, insieme al santo vescovo, e allora "perché avere paura del proprio bene?"
Perché nascondervi e non parlare apertamente di ciò che vivete all'interno della Cooperativa e delle terapie "educative"?
Paura che gli altri vi possano aggredire, dopo 40 di vita comunitaria? Beh, l'aggressione potrebbe essere giustificata.
Le testimonianze che mi giungono sostengono all'unanimità che, per esempio, i matrimoni al Forteto sono formali o meglio funzionali a un sistema interno tutto da capire. Chi avrebbe immaginato che le coppie, già delle madri e dei padri fondatori, avrebbero sempre dormito in letti separati o meglio in camerate diverse? Al Forteto è interdetto dormire insieme maschi e femmine. Siamo di fronte a un vero e proprio tabu?
Tabu o follia!

In qualsiasi società umana un tabù è una forte proibizione, relativa ad una certa area di comportamenti e consuetudini, dichiarata "sacra o proibita". Infrangere un tabù è solitamente considerata cosa ripugnante e degna di biasimo.
Se un socio rifiuta il comportamento omertoso imposto dalla Comunità e dice apertamente le proprie idee di contrasto viene isolato, se reagisce apertamente, diventa oggetto di insulti e aggressioni fisiche. Questi sono alcuni tra i motivi per cui nella Cooperativa, i soci fondatori, sono rimasti in pochi e le nuove accoglienze sembrano adatte a riempire questi vuoti.
I nostri non si sono mai messi in discussione apertamente! Non si pongono la domanda: “Proviamo piacere? Stiamo bene insieme?”, ma come succede in tutti gli ambienti che sono psicologicamente destrutturati, utilizzano l’Etica (a che valgono i sentimenti?) come arma di separazione e di giudizio. Quello che, in sintesi, stanno facendo le stesse istituzioni che criticano, famiglia nucleare compresa. Alcune di queste provocazioni, se rese palesi nel contesto, creano imbarazzo nei visitatori del Forteto, mentre provocano vergogna negli esclusi che a loro volta optano per il silenzio o per la resistenza passiva.

Se in questa società benessere e malessere, quindi la spiritualità e la materialità, hanno preso il posto del Bene e del Male, in primo luogo significa che ci siamo materializzati noi.
Se la gente assume come modelli le veline e i calciatori quali sono i modelli del Forteto?
Il messaggio che giunge è molto ambiguo, perché anche i CAPI fortetiani simulano agendo, mimetizzano ed eliminano!

Nella Comunità esiste un problema mascherato e tenuto nascosto: l’omosessualità.
Prima della nascita della Cooperativa, all’interno del gruppo, il problema era palese. Rodolfo e Luigi erano gay dichiarati. Non nascondevano le loro attitudini anzi le manifestavano apertamente, Luigi con più rispetto, mentre Rodolfo con più volgarità.
Sarebbe normale pensare che dietro alle manifestazioni teatrali del Fiesoli si nascondessero abusi subiti nell’infanzia. Chissà? Come altrimenti giustificare il fatto che per entrare nel gruppo o si accettava un rapporto omosessuale con lui oppure si dovevano inventare storie, fatte di abusi avvenuti in famiglia, per forza e in tenera età?
Quando non ce le ricordiamo significa che abbiamo paura oppure che non ci fidiamo dell'altro. E questo non in senso Freudiano, ma nella logica di una terapia che parta dal presupposto della complicità: “mal comune, mezzo gaudio”.
Tutti dobbiamo avere madri puttane e padri violenti o inesistenti. Il sesso terapeutico, non per piacere, ma per vincere le paure era la proposta terminale e il passo iniziatico!
Accusato per la sua assenza o violenza, il maschio d’oggi, vive al Forteto, i suoi momenti di massima incertezza e sembra incapace di esprimere il suo ruolo: essere Padre.
Essere padre non può essere una funzione svolta ad ore, temporanea e in contesti inventati e sempre fuori dalla triangolarità: padre, madre e figlio.
Questo atto-confessione, ancora oggi, è ritualizzato.
E' il motivo reale per cui molti sono stati costretti a venir via dalla cooperativa.

I meccanismi imitativi del desiderio, della violenza e del sacrificio, ci dice Goffredi nella sua presentazione del libro “La contraddizione virtuosa” presentandoci uno dei punti di riferimento ossia l'antropologo G. René, vengono proiettati su un capro espiatorio perché caratterizzato da qualche diversità.
Sul significato di questo comportamento la psicanalisi ci ha fatto pensare che fosse un residuo di primitivi sacrifici umani, il maschio giovane diventa adulto, reagisce alle regole e uccide il padre. Un'uccisione fisica e non psicologica. Il gruppo reagisce accettando il nuovo capo e trasformando il delitto in comunione mistica.
Lo spirito del defunto, nelle antiche pratiche agricole, viene invocato per allontanare dalle messi le calamità naturali. Diventa rito simbolico che placa l'angoscia per ciò che incombe sopra la comunità. Così il gruppo scarica la propria aggressività su un emarginato, scelto come simbolo del male.
Egli non è colpevole, ma il suo compito è proprio quello di essere il rappresentante di ogni forma possibile di sventura. Espellendolo, la comunità si libera di un essere tabù, un intoccabile, un perturbatore della pace, che assume su di sé le colpe e le maledizioni di tutti. Con il suo sacrificio permette alla comunità di ritrovare la propria sicurezza e ne garantisce la pace.
Questo comportamento di rifiuto verso il padre naturale, inesistente o che opprime il dissenso, avverrebbe ed è sempre avvenutao nella cooperativa il Forteto quale modalità per accogliere gli adepti e per contenere l'aggressività verso la nuova gerarchia, la competitività esasperata che si potrebbe sviluppare tra i soci, la conflittualità tra giovani e vecchi, e le rivalità che disturberebbero i processi di crescita. Senza rendersi conto che così si innesta lo stesso meccanismo che ha fatto implodere la famiglia nucleare prima e che farà implodere quella funzionale dopo. Non si rende conto Goffredi che è la struttura gerarchica e oppressiva in se che d
etermina aggressività e non crescita.
Se per entrare devi "ammazzare" il padre-naturale, anche se solo psicologicamente, succederà che la comunità prima o poi ucciderà il padre-padrone! E' solo questione di tempo!

Viene normale chiedersi: Come si educa al Forteto? Come si superano le omeostasi dei processi imitativi e del capro espiatorio? Cosa si intende per dinamiche paradossali? Esiste un doposcuola? Come si imparano le lingue estere? E la globalizzazione?
Fornari, da me interpellato, sostiene che è finita l’epoca della terapia selvaggia. Speriamo, già una sentenza di condanna definitiva a Luigi, Rodolfo e Mauro, l'abbiamo letta! In seguito le istituzioni avranno avuto occhi larghi, qualcosa sarà cambiato se il rapporto persiste. Se l'espressione più alta della marcia di Barbiana, la sindaco Elettra Lorini e la Fondazione Don Lorenzo Milani, vanno a braccetto con Rodolfo significa di sicuro che qualcosa sta cambiando.
Questo lavoro vuole ricordare anche chi fu vittima di tale terapia, perché diversi, perché abusati dai padri e madri biologici e funzionali.

In primo luogo per accendere nel buio, che ancora è presente all’inizio del nuovo millennio, una piccola luce capace di farci riflettere tutti, giusti ed iscarioti, guardandoci nello specchio, invisibile e sottile, che ci separa, ma che, al tempo stesso, ci consente d’entrare in relazione con le nostre colpe ed i risultati realizzati, ossia con il chiaro-scuro della nostra Anima.

Vorrei che si leggessero queste pagine attraverso un processo meditativo, attivo, così come ci ha insegnato quello che io ritengo un grande maestro: Carl Gustav Yung.

Rivivere il passato anche collettivo è importante per capire anche la nostra individualità!
Proviamo ad immaginarci, per un attimo, l’albero sul quale abbiamo abitato per cinquanta milioni di anni. Proviamo ad annusarne i fiori. A raccogliere i frutti. Immaginando il loro colore, profumo, sapore.
Prolunghiamoci sui suoi rami aderendovi.
Immaginiamo di essere con altri, altre, pronti all’abbraccio e a difenderci dai predatori.

Ci accompagna la musica del vento, della pioggia e il rumore che il sole fa sciogliendo l’umido del bosco.
I nostri istinti sono accesi. Un ruggito sovrasta “il non silenzio”.
Un leone ha ucciso la prole per mandare in calore la femmina.
Anche la femmina uccide la prole se ciò è utile a sopravvivere.
All’improvviso una coppia si allontana camminando scimmiescamente.
Lucy e il suo compagno sono su un albero lontano, pronti a balzare veloci attraverso la prateria. Ecco che sul selciato di quello che compare come un viottolo, si vedono alcuni sassi, uno sopra l’altro. Qualcuno di noi ha fatto la stessa strada.
Qualcuno da aggredire o con il quale costruire la prima comunità, villaggio o città?

Il nostro ultimo percorso è molto breve.
In un quadrato di un chilometro, la nostra vita sarebbe un punto bianco immerso nel nero.

Siamo ancora lì, già pieni di superbia, onnipotenza bambina, cecità, ma qualcuno sta già spandendo questo bianco. Che lentamente diventa giallo, rosso, verde, blu, arancione …
La diversità mai accettata, ma tanto utile alla vita!
Cari amici del Forteto la libertà si può anche reprimere, ma prima o poi genererà qualcosa di migliore!

Questi i motivi del dissenso alla prima Marcia di Barbiana!

 

IL FORTETO VISTO DALL'ESTERNO

 

di Edoardo Martinelli

 

C’è chi, come lo storico medioevalista Franco Cardini, parla del Forteto solo perché ama il pecorino nostrale e le mozzarelle!
Non si è certo interessato di altro e, sicuramente, non ha mai dormito nella camera di Rodolfo, o di Mauro o di Luigi, ma a casa Verragoli nell’agriturismo.
Quando dice che il mondo ha bisogno di 10, 100, 1000 Forteti a cosa si riferisce?

 

fiesoli


C’è chi, come il filosofo Giuseppe Fornari, parla di un’utile terapia, riferendosi alla Cooperativa, ma anche alla Comunità, forse perché conosce per narrazione, ma non ha provato oppure visto le simulazioni in atto nel triangolo alcova di Fiesoli Rodolfo.

Io lo faccio solo ora per scritto, l'ho fatto sempre verbalmente, semplicemente perché non avrei mai pensato ad una realtà così capace di  superare qualsiasi fantasia.
E se fantastiche fossero le storie che mi hanno riportato?
Lo faccio volentieri perché al Forteto, secondo tali storie, c’è molto da salvare!

Proviamo solo a domandarci:
“ Sarebbe stata diversa l’esperienza del Forteto se Luigi e Rodolfo avessero scelto la castità, come fece a suo tempo il Priore di Barbiana?”

Questo punto di vista è un elemento utile all’osservazione.

* * *


Intanto chiariamo che il Fiesoli non ha mai avvicinato don Milani e non conosceva monsignor Bensi. Se intendiamo il confessore di Vescovi e il padre spirituale di Giorgio La Pira e di Lorenzo ai tempi del seminario.
Almeno non lo conosceva fino al giorno in cui, siamo nel ‘977, non fu buttato fuori con il naso sanguinante, dalla canonica di San Michelino, a pedate nel culo, dopo aver ricevuto un sonoro cazzotto in pieno viso dal vecchio e autorevole sacerdote, maestro spirituale anche mio e di tante generazioni.

Rodolfo si era permesso di toccarlo tra le gambe.
Un comportamento che aveva d’abitudine e lo faceva con garbo, con gli uomini con cui entrava in confidenza. Era un suo modo di giocare, pensai la prima volta che lo incontrai.

Ma andiamo per gradi.

* * *

Chi era Rodolfo, negli anni ’70, un matto in cerca di matti?
In un certo qual modo sì.

Non plagia nessuno colui che usa il proprio carisma con dei coetanei e comunque non ha mai plagiato me perché, quando l’ho conosciuto, ero quasi trentenne e avevo già due figli, una moglie e dieci anni di attività sindacale nella segreteria tessile di Prato, della CISL, ma anche del sindacato unitario.
Elemento di mediazione fu Marco Ceccherini che con me lavorava e condivideva i momenti felici della lotta comune e del dopo lavoro.

Fu lui a parlarmi per primo di Rodolfo ed a invitarmi alle prime sedute, dove solamente si rievocava o riesumava anche l’incesto, un elemento che, in quel contesto, sembrava comune e consentiva di riconoscere un odio cupo nei confronti del padre e della madre. Rapporti fatti, inevitabilmente, di ricatti e brutalità. Abusi tra le mura di casa.
Anch’io dovetti andare a fondo nella mia storia.

La coscienza del gruppo passava attraverso il disseppellimento della propria Storia Personale. La quale, resa pubblica, consentiva l’evento catartico e liberatorio. Così si raggiungeva o si credeva di raggiungere la vera normalità!
All’interno di quel gruppo, Rodolfo sembrava il più solido.
Alle spalle diceva di avere uno psicoanalista. Anche se spesso lo derideva per i suoi orologi con bracciale di coccodrillo e per l’asettico comportamento che aveva con il paziente.
Gli faceva pesare, in modo ossessivo, il suo essere stato ospite da bambino, con l’intera sua famiglia, in casa Fiesoli  e di aver ricevuto perciò le cure di mamma Annunziata e di babbo Franco. Gelosia?
La sua era una famiglia allargata piena di tensioni, chiusa e troppo protettiva.

La madre, per come l’ho conosciuta, era un tipetto molto rude e capace di ridicolizzare il figliolo.

* * *


Anch’io uscivo da un contesto destrutturato.

La famiglia numerosa, dove ero cresciuto, con la morte di mio padre e mia madre, si era anche, nel ricordo, allontanata.
La famiglia che avevo creato, con tanto amore, era stata spazzata via dal tradimento.
Sì, mia moglie mi tradiva con l’amico.

Erano i tempi in cui le femministe, a brutto muso, ti dicevano:
“Sei geloso? Allora non mi ami”.

Questo diventò il pretesto per le nostre confidenze.

Marco mi confessò una sofferenza fino ad allora invisibile.
La fidanzata era a Parigi e lo tradiva con un negro!

Nacque la complicità tra uomini e io accettai di andare a vivere con i miei due figli da lui.
Superai in quell’attimo ogni mio dolore e scoprii il piacere della condivisione, della solidarietà. Entrai nel gruppo e partecipai ad alcune sedute.

Non amo e non amavo narrare le mie storie a tutti.
Così ero stato educato da due preti, don Milani e don Bensi.

Ancora oggi, a distanza di 40 anni, continuo a credere che le confessioni pubbliche sono solo pericolose e nocive. Il controllo sociale, che esse determinano, imbriglia e impedisce quella libertà interiore che si basa fondamentalmente in quello spazio, intimo e privato, che noi comunemente chiamiamo Anima.

 

* * *

Non ricordo quanto tempo stetti a casa di Marco, ma ciò fu interrotto dalle reazioni di mia moglie che giustamente pretendeva un accordo sui figli.

Nel gruppo non si ragionava del Vietnam o del proletariato, lo stesso giornale era bandito, ma di noi stessi, delle nostre attese personali e il più circoscritto travaglio esistenziale.
A Barbiana esistevano due livelli di relazione.
Il primo era rappresentato dalla confidenza con i più grandi e in particolare con il Priore, che per tutti noi era una guida anche interiore.
Il secondo ci inseriva nel gruppo, dove l’intera giornata consisteva in un impegno politico fatto di un agire costante a scuola e sul territorio.

Era questo secondo livello che mancava e forse manca ancora nella Comunità del Forteto. Nel gruppo nessuno aveva fatto esperienze di lotta in fabbrica o nelle scuole. Tutti sembravano sortire da esperienze di vita  che a quei tempi definivamo piccolo-borghesi. Nel mondo contadino non esisteva la parola esistenziale.
Fondamentalmente alla base del nostro stare insieme c’era l’entusiasmo giovanile e il piacere, provato e fantasticato in un contesto tutto da costruire.

(continua)

LA DOCUMENTAZIONE DI CONDANNA

Risulta dal fascicolo di causa che la cooperativa "Il Forteto" fu oggetto, alla fine degli anni ‘70, di una inchiesta penale in relazione a tre dei suoi fondatori, per supposti atti di zoofilia e pedofilia commessi all’interno della cooperativa. Due di queste persone, Rodolfo Fiesoli e Luigi Goffredi, furono arrestate, poi rimesse in libertà, ma , nondimeno rinviate a giudizio.
Con una sentenza della corte di appello di Firenze del 3 gennaio 1985, furono condannati segnatamente per maltrattamenti e abusi sessuali su persone accolte nella comunità (essi furono, peraltro, prosciolti dagli altri capi di imputazione per insufficienza di prove). La corte di appello ritenne opportuno esaminare gli elementi a carico degli accusati alla luce del contesto del Forteto, dal quale risultava sia una istigazione da parte dei suoi responsabili alla rottura dei rapporti tra i bambini che erano affidati loro e i loro genitori biologici, sia una pratica diffusa di omosessualità. La corte dichiarò Rodolfo Fiesoli e Luigi Goffredi, colpevoli in particolare per i seguenti capi (la condanna si basava tra l’altro sulle testimonianze e sulle parziali confessioni degli imputati) :
- entrambi per avere maltrattato una ragazza handicappata di diciotto anni che avava soggiornato per qualche giorno nella comunità, in particolare picchiandola più volte al giorno, insultandola anche in presenza di altre persone, impedendole di comunicare con l’esterno, umiliandola a causa delle sue caratteristiche fisiche; quanto a Rodolfo Fiesoli, la corte stabilì anche che questi aveva sputato sul viso della ragazza e, per disprezzo, le aveva mostrato il suo organo sessuale ;
- Rodolfo Fiesoli, anche per avere abusato sessualmente (atti di libidine violenti) di
due handicappati mentali di sesso maschile, in una occasione in presenza di un tredicenne.
Il primo fu condannato ad una pena di due anni di reclusione e il secondo ad una pena di dieci mesi di reclusione. Comunque ottennero la condizionale e la sospensione dell’interdizione dai pubblici uffici. Inoltre furono amnistiati per il delitto di usurpazione di titolo, di cui erano stati accusati per essersi arrogati il titolo di psicologi diplomati presso le università di Berna e Zurigo.
Corte Europea dei Diritti dell'uomo:

http://www.dirittiuomo.it/Corte%20Europea/Italia/2002/Scozzari.htm 5 di 40 15/02/2009 11.3134.

Il loro ricorso in cassazione fu respinto l’ 8 maggio 1985.
Questi due uomini fanno sempre parte del personale che lavora per la cooperativa. Inoltre, uno dei due, Rodolfo Fiesoli, ha preso parte alla riunione dell’ 8 settembre 1997, al termine della quale i servizi sociali competenti raccomandarono al tribunale per i minorenni di Firenze di collocare i figli della prima ricorrente presso la comunità in questione.

Luigi Goffredi è il presidente della Fondazione il Forteto.

Coordina in accordo con le istituzioni il progetto Barbiana, dentro il quale lo stesso Fiesoli è operatore.

 

 

 

 

Lucy