EVENTI 2012
MARCIA DI BARBIANA 20 MAGGIO
LA NOSTRA COLLABORAZIONE
CON L'UNIVERSITA' DELLA CALABRIA - RENDE
ATTIVITA' DIDATTICHE E LUDICHE
FONDAZIONE DON L. MILANI E SCUOLA DI BARBIANA
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347 -4835167 Edoardo
"BARBIANA O DELL'INCLUSIONE"

Interventi di Aldo Bozzolini, allievo del Priore,
Adele Corradi,
insegnante alla Scuola di Barbiana,
Gina Cecchini, della Parrocchia
di Sant'Andrea a Barbiana,
Edoardo Martinelli, allievo del Priore.
Domanda: Come si insegnava e come si imparava a Barbiana?
L' ALLIEVO
Aldo Bozzolini:
Io posso dire della mia esperienza, di come ha insegnato don Lorenzo e di come ho imparato io a Barbiana.
I miei primi ricordi sono di una carta geografica dell’Italia attaccata al gelso in giardino e si doveva sapere il nome di una città, di un fiume, di una pianura o di un monte, in modo che quando li si leggeva negli articoli dei giornali, non si rimanesse a bocca aperta, chiedendo: dov’è Roma? dov’è Milano?
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Quando noi andavamo a scuola a Barbiana il mondo stava cambiando. I nostri genitori capivano che avrebbero dovuto lasciare la montagna, ma non sapevano come sarebbe diventata la loro vita entrando in fabbrica. Avevano intuito, dalle parole di don Milani, che per non essere inferiori a nessuno c’era bisogno della scuola. Io sono tra quelli che sostengono che il Priore, con il trasferimento a Barbiana, aveva ricevuto un premio grande: era stato mandato in un posto dove non c’era niente: mancava la strada, l’acqua, l’energia elettrica (ci si illuminava con le lampade a carburo), non c’era la radio e la televisione. Noi ragazzi avevamo il monte Giovi davanti a noi e ci sentivamo liberi di fare tutto quello che ci pareva (come i ragazzi d’oggi, ma con un’unica differenza: allora non c’erano i soldi). Davamo il nostro aiuto in famiglia (cosa che oggi invece…) ma poi ci divertivamo a cercare i nidi, oppure andavamo al fosso a fare dighe o a pescare. Costruivamo le tagliole per prendere i pettirossi quando c’era la neve oppure salivamo sugli alberi. Lassù non avevamo nient’altro. Si viveva per sopravvivere!
Quando il Priore arrivò a Barbiana, la mia mamma lo aiutò nel trasloco sotto un gran temporale. A casa mi disse che don Lorenzo si era portato anche una macchina da scrivere! Prima che arrivasse don Lorenzo, il prete di solito teneva il maiale nello stalletto accanto alla chiesa e veniva una volta a settimana a interrogarci su una materia chiamata Religione. Questo nuovo prete, invece, si era portato la macchina da scrivere… “Don Lorenzo mi ha detto che un giorno te la fa usare”, mi disse la mamma. Non so cosa avrei dato per poterci mettere le mani! Mi domando: cosa dovrei proporre oggi a mio nipote di cinque anni perché possa sentire la stessa attrazione? Quale novità bisognerebbe offrire oggi ai ragazzi per smuovere la loro creatività e la loro voglia di sapere? Quando sono riuscito davvero a metterci le mani sulla macchina da scrivere di don Lorenzo, non è che ho potuto farlo “a bischero sciolto”, come mi pareva; con la macchina da scrivere ho dovuto imparare a scrivere usando tutte le dieci dita.
Ma torniamo alla domanda di partenza: come insegnava don Lorenzo e come ho imparato io? Il Priore faceva la parte del mediatore culturale, cioè del traduttore. Lui era un insegnante “ignorante”, senza conoscenze specifiche, ma con una logica ferrea. Quando ad esempio c’era da risolvere un problema di matematica e noi non arrivavamo alla soluzione, lui con la sua logica e conoscendo la lingua, riusciva a risolverlo. A volte sbagliava pure lui e a noi faceva un grande piacere vedere che chi ci insegnava sembrava saperne meno di noi. Io ho imparato grazie anche agli errori del Priore.
A Barbiana si faceva musica: con un giradischi a pile e due manici di scopa sui quali erano avvolti gli spartiti. Il Priore con una bacchetta ci indicava le note e l’entrata degli strumenti, ma l’importante non era imparare le singole note, ma riuscire a riconoscere il suono degli strumenti. Noi ascoltavamo, senza entrare nel tecnicismo della partitura; a noi piaceva sentire la musica.
Fino ad allora avevamo conosciuto solo un modo di insegnare Religione: con le domande (chi è Dio? chi è la Madonna? chi sono gli apostoli? chi è la Trinità?), con una cattedra, con un insegnante. Con don Milani questo non successe mai, la religione non diventò mai una “materia”. Il primo giorno di scuola noi stavamo seduti con il libro del catechismo e aspettavamo che ci facesse le domande. Don Lorenzo arrivò, si tolse la mantella, la sciarpa e il basco, srotolò una grande cartina geografica della Palestina sul tavolo e, a noi che lo guardavamo incuriositi domandandoci che prete mai fosse quello, chiese: qualcuno di voi sa dirmi cos’è? Il priore mostrò allora la sua natura di pittore: prese la cartina, la attaccò al muro, ci disse che quella era la carta della Palestina e ci propose di colorarla con gli acquerelli (che non sapevamo neanche che roba fossero). La religione la stavamo facendo noi. In pochi minuti ci fece balenare nella mente che anche noi di montagna con le toppe nel culo e quel senso di inferiorità nei confronti degli altri, avevamo una possibilità. Il progetto che colorare e vendere alcune carte della Palestina desse come risultato un viaggio a Roma (allo zoo!) fu come l’accensione di un nuovo sole.

Costruivamo noi tutto ciò che di volta in volta era necessario per la scuola e per le necessità di ogni giorno. Nella nostra “officina” si costruì di tutto: le panche della scuola, le sedie di ferro con la seduta di mogano sulle quali La Pira, il sindaco di Firenze, quando venne a trovarci dondolava i piedi senza toccare terra, la libreria, la controporta per la chiesa. Le tre gambe dell’astrolabio furono ricavate segando l’asta dello stendardo, abolendo così tutte le processioni, tanto il fine era identico: sempre di “cose” del cielo si trattava! Insomma tutto quello che oggi siamo abituati a comprare già fatto, noi lì, in quella stanza, ce lo costruivamo.
Il Priore insegnava così: mettendosi in mezzo a noi. A lui interessava che ci fossero pari opportunità anche per noi montanari. Nel nostro piccolo mondo Don Milani compì una rivoluzione: invece di stilare progetti, si rimboccò le maniche e cercò di tamponare la ferita interiore che aveva visto dentro di noi. La Costituzione non ci dice di risolvere i problemi dell’Italia, ma di partecipare allo sviluppo della società. Per questo su una porta della scuola c’era quel motto: I CARE. Qui a Barbiana, scrisse don Milani, ci sono solo sei anime, le altre 90 sono contadini. Ecco che insegnante era don Lorenzo: sentiva una spinta interiore a fare in modo che noi ci riscattassimo, socialmente e culturalmente. Noi vivevamo fuori dal mondo, c’era un esodo in atto verso un mondo completamente nuovo e i nostri genitori non sapevano quali strumenti sarebbero serviti ai loro figli per entrare nel mondo. Don Milani si mise a nostro servizio.
Adele Corradi, insegnante:
Tutti i ragazzi che incontro mi dicono: una scuola che dura 365 giorni all’anno, 12 ore al giorno, senza vacanze! Ma è una barbarie, un’assurdità! Anche i miei nipoti erano scandalizzati. Eppure noi a Barbiana la si accettava volentieri.
Io sono una professoressa di lettere alla quale poteva essere benissimo indirizzata “Lettera a una professoressa”, che non era rivolta ad un’aguzzina, a una carogna, ma all’insegnante coscienzioso che cercava di fare il suo dovere. Anch’io ero convintissima di essere nel giusto quando mi proponevo in classe di “fare le parti uguali”. Dare i voti per me era un tormento, volevo essere giusta e dare a ciascun ragazzo quello si meritava; se un compito era da quattro, davo quattro.
Dove stava il mio errore? Nell’attribuire agli scolari un’eguaglianza che non esisteva. Dire: per me i ragazzi sono tutti uguali, era una fesseria! Non potevano essere tutti uguali e non potevo pretendere che i ragazzi fossero a misura della scuola. Ci si domanda sempre se i ragazzi sono all’altezza della scuola, mai se la scuola sia all’altezza dei ragazzi. La scuola di Barbiana nasceva, invece, partendo dai bisogni dei ragazzi. Come diceva don Lorenzo: non si possono fare parti uguali, fra disuguali.
Quando presi la prima supplenza alla scuola statale, per l’appunto a Borgo S. Lorenzo, la preside mi parlò di questa scuola di Barbiana, dove i ragazzi facevano cose straordinarie: studiavano, facevano orario continuato. Mi venne il desiderio di visitare questa scuola, volevo conoscere questa scuola, Mi interessava andare a vedere come facevano a ottenere buoni risultati; perché ero lì tutti i giorni a combattere con ragazzi che non avevano voglia di far nulla e mi chiedevo: come fa questo tizio a ottenere questi risultati, ha qualche ricetta? In un articolo di giornale avevo letto: “Nella nostra scuola si scrive quando siamo ispirati. Non insegna nessuno". Ai miei ragazzo dicevo invece: "Scrivi male, allora cerca di leggere. Se leggi molto, per imitazione impari anche a scrivere.” Quello era il mio metodo; ma non funzionava.
E dopo cinque ore di scuola ero sfinita ed erano sfiniti anche gli alunni; si salvavano solo quelli che si prendevano il lusso (o la necessità) di stare distratti, di non essere presenti, di chiacchierare sottobanco; cinque ore di lezione stando solo a sentire parlare il professore non si reggono. Si facevano tutte le correzioni, ma ai ragazzi importava solo del voto. Avevo provato a chiamarli alla cattedra uno per uno, ma quelli non stavano nemmeno a sentire. Così capii di non aver un metodo.
Al mio primo arrivo a Barbiana (era il 1963), il Priore come sempre il pomeriggio iniziò la lezione con la lettura del giornale. Un mese dopo ci tornai. Arrivai che stavano facendo lezione e mi misi seduta ad ascoltare. Don Milani mi chiese: “Ha qualche ragione particolare, signora, per essere ritornata oggi?” ”Sì, vi volevo chiedere come fate a insegnare a scrivere l’italiano.”
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L'INSEGNANTE
Cominciai così a seguire la scuola di Barbiana. Don Milani, però voleva farmi capire che non era importante solo il metodo. Allora un giorno mi sfidò: “Ora vado a confessare e rimane lei al posto mio”. Successe il finimondo! Devo dire che i ragazzi non si diedero alla pazza gioia. Litigavano tra loro: Qui bisogna scrivere così. No, qui bisogna scrivere questo. Io non sapevo dare l'indicazione adatta, come lui che teneva tutti e reggeva la discussione. Sono rimasta a Barbiana.
Mi trasferii in una casa vicino alla parrocchia. La mattina la passavo nella scuola media di Borgo San Lorenzo. La sera insegnavo a Barbiana, dove mi sentivo anche allieva. Ho assistito alla scrittura della lettera a Mario Lodi e a tutte le altre, scritte dopo. Ho partecipato a tutta la stesura della “Lettera a una professoressa”, partecipando come potevo.Se avevo un’idea mettevo un fogliettino sulla cattedra la mattina prima di andare a scuola. Ma non trovavo mai la mia idea sul libro. Allora un giorno don Lorenzo mi disse: “Non ha ancora capito che quello che dice lei, quella stupidaggine, non la vogliamo scrivere?” Nel mio foglietto avevo scritto che i professori quando assumeranno il consiglio di non bocciare passeranno da una classe all’altra dei somari. Bisogna dirgli di stare attenti a insegnare bene. Promuovere sì, ma promuovere gente che ha fatto qualcosa. Don Lorenzo mi rispondeva: “Che vuol dire, bisogna dire ai professori di insegnare? Sono insegnanti, se non insegnano andranno all’inferno”.

A lui sembrava un consiglio assurdo. Invece è successo proprio così: i professori hanno trovato tutte le ragioni per promuovere, ma non hanno cambiato metodo di insegnamento. La mia fu una profezia e lui la classificò una stupidaggine. Don Milani non mi diede mai consigli per la mia scuola, a parte la scrittura collettiva. Ma io non avevo coraggio. L’ho usata dopo anni che era morto e mi ha appassionato, perché i ragazzi partecipavano.
Nella scuola di Barbiana si facevano lavorare i ragazzi. Nello studio si cominciava da zero, il maestro qualche volta ne sapeva meno dei ragazzi o quanto loro e su quell’argomento si studiava insieme. Nella mia scuola i ragazzi venivano per essere valutati dai professori e poi selezionati (promossi o bocciati); nella scuola di Barbiana si veniva per imparare. Nella mia scuola si chiedeva: chi sa questo argomento, alzi la mano; in una scuola dove si va per imparare, parla chi non sa. La scuola di Barbiana era attiva, c’era molto lavoro di gruppo (per imparare a scrivere si usava il metodo della scrittura collettiva) e il maestro era diverso: un ragazzo doveva imparare scoprendo, non c’era bisogno di tanta memoria. Barbiana non si può riprodurre, non è un modello, ma è certamente l’esempio di un modo efficace di fare scuola.
Partendo dall’idea che erano tutti diversi, dei suoi allievi don Lorenzo conosceva tutti i loro bisogni e conosceva la situazione delle loro famiglie; invece per me i ragazzi cominciavano a esistere nel momento in cui entravano in classe e finivano di esistere quando la campanella suonava e io tornavo a casa: della loro vita non conoscevo quasi niente. Mi rendo conto come oggi non sia semplice gestire una classe con venticinque-trenta ragazzi con disparità enormi; ma se uno si pone il problema, qualcosa di diverso inventa.
Aldo Bozzolini:
Nella scuola di Barbiana di diverso c’era anche la partecipazione dei genitori. Passato il periodo di “prova” e capito che quel prete non era stato mandato a Barbiana perché aveva dato noia a qualche sposa oppure perché era un pedofilo, i nostri genitori dichiararono l’affidabilità del Priore.
“Se torni a casa e dici che ti ha dato un nocchino, io te ne dò due. Capito?”, mi disse una sera mio padre.
Le famiglie erano partecipi in prima persona del modo di fare scuola di don Lorenzo. Non c’era la delega ai professori che si può vedere oggi. A Barbiana la gente lavorava per sopravvivere, ma nonostante questo si continuava a stare lì perché c’era un legame fortissimo con il Priore. All’inizio si era valutato il tornaconto: si aveva un prete vicino casa e il proprio figliolo in un quarto d’ora andava e tornava da scuola, perché mandarlo a Borgo? Ma la correttezza morale del Priore e il suo modo di fare scuola totalmente libero da condizionamenti di parte, fecero sì che il rapporto con le nostre famiglie si consolidasse sempre più fino a perdere del tutto l’aspetto utilitaristico iniziale per lasciare spazio all’affetto, alla riconoscenza e alla stima reciproca. Tanto da poter dire che “era di casa”.
Alcune figure, apparentemente marginali, come il professor Agostino Ammannati, che la domenica saliva in canonica a leggere i “Promessi sposi”, o l’Eda, pronta a spalmare la marmellata sulle fette di pane, diventano decisive per definire lo scenario. Era un vivere insieme, tutto il giorno per tutti i giorni dell’anno. Barbiana non fu il risultato di un singolo, bensì un’opera corale, dove tutti fecero la loro parte, nessuno escluso. L’opera dei nostri genitori fu generosa tanto quella del Priore e permise che, nel terreno fertile dei contadini, producesse un frutto che ancora oggi fa discutere.
Barbiana, piuttosto che un punto geografico dove gli esclusi meritano la carità, è luogo dell’inclusione e ancora oggi ha una valenza tale da riaccendere la speranza che se tante persone uniscono i loro sforzi, sono ancora possibili grandi cose.
Barbiana è un modello esportabile?
Certamente, chissà quante altre Barbiana sono esistite e tuttora esistono nel mondo. Il miracolo di inclusione avvenuto a Barbiana è stato possibile non solo grazie al carisma del Priore, ma anche per la volontà di un gruppo di genitori, che si allearono costruendo intorno a una persona un muro di calore umano e ricevettero in cambio un futuro migliore. Senza quei testoni di montanari, anche il Priore sarebbe stato un “fungo sulla spiaggia”. Il Priore si è trovato a essere ricordato sempre più come maestro, mentre non era altro che un prete che ci ha fatto lo “scherzo da prete” di darci gli strumenti e poi dirci: Ora arrangiatevi, il mio l’ho fatto!
I GENITORI
Gina Cecchini:
Il priore, appena arrivato a Barbiana, ci volle visitare e conoscere tutti, famiglia per famiglia e ci diede subito l’impressione di essere non il parroco della parrocchia ma un padre, un fratello, un amico; si era messo “a disposizione”. Io avevo famiglia e non potevo frequentare la scuola; ma io e mio marito ci andavamo dopo cena e la sera eravamo sicuri che si trovava don Lorenzo “sfaccendato” perché i ragazzi erano tornati tutti a casa. Ci sedevamo allora in cucina e don Lorenzo parlava volentieri anche con noi genitori e sui nostri discorsi ci faceva lezione. Bastava parlare con lui ed era subito sempre scuola. Un pensiero, detto nel dialetto di montagna, veniva ripreso, studiato e approfondito tante volte. Con una simpatia e un affetto profondi. Questo modo di fare ci ha sicuramente invogliato maggiormente a restare più tempo a Barbiana e ad affidargli i figli.
Abbiamo avuto una vita di povertà e anche di ignoranza. Io ho fatto solo tre anni di scuola elementare al tempo del fascismo e ci facevano cantare “Faccetta nera”. Con don Milani ci siamo riavvicinati alla cultura. Io sto imparando anche adesso dai libri di Don Lorenzo, perché anche se è morto, il suo animo ancora insegna.
L' ALLIEVO
Edoardo Martinelli:
Spero che gli studenti arrivati a Barbiana dall’Università di Padova si rendano conto di quale fortuna vivono nell’incontrare la Gina, l’Adele e Aldo: la popolana, o meglio la protagonista, l’insegnante e l’allievo. Esalto, in particolare, la Gina perché è proprio a lei e al popolo di Barbiana che il libro di Aldo “Barbiana o dell’inclusione” rende finalmente onore. Il libro esprime infatti, in primo luogo, la stessa ansia che vissero le nostre famiglie contadine ai tempi del Priore e della nostra scuola a Barbiana. Furono la loro comprensione e solidarietà a rendere possibile il miracolo!
È come se un cerchio si chiudesse sulle stesse paure e le stesse speranze. Profezia? Beh, di sicuro il Priore, insieme a pochi altri, ebbe la lungimiranza di capire i tempi. Combattere l’’esodo dalle campagne e difendere le comunità arroccate sulla montagna sembrava allora antistorico, patetico; quasi una romanticheria. Oggi ci rendiamo conto che se al timone della Storia ci fossero state menti lucide, come quella di don Lorenzo, probabilmente adesso si sarebbe preparati alle nuove povertà e a un modello economico basato più sulla qualità della vita che sul consumismo sfrenato.
Non credo che negli anni a venire, le casse dello Stato possano aumentare. Esistono nel Meridione dei Comuni il cui bilancio è diminuito di un terzo in pochi anni e che riescono a pareggiare le economie delle nostre previdenze sociali e sanitarie solo grazie alle tasse che pagano gli immigrati. Lo Stato spende all’anno 6.700 euro di media per ragazzo per la sua formazione nella scuola pubblica, ma purtroppo le aule sono affollate (trenta alunni per classe), la stupida campanella di sempre continua a interrompere la continuità educativa, con otto o anche dodici insegnanti di riferimento, i giovani vivono spesso un anonimato assoluto, una non relazione. La colpa, si dice, è della Gelmini; ma dove vanno a finire, da sempre, tutti quei soldi? Dove andavano a finire ai tempi del mitico ministro Tullio De Mauro? A Barbiana di soldi ne spendevamo molto meno e avevamo più risorse.

Troppi sarebbero gli spunti su cui riflettere, ma il nodo della scuola italiana è qui, nella fascia adolescenziale. Non esiste né la scuola della pre-adolescenza né quella dell’adolescenza; esiste un parcheggio funzionale solo all’economia delle famiglie e che non ha alcun nesso con la realtà. Dobbiamo avere il coraggio di dire ai giovani che dovranno localizzare i propri consumi per ridurre le energie e gli sprechi.
Anche il mio essermi rifugiato in vetta al Pollino può apparire una fuga, ma penso che ormai la società stia andando verso l’implosione economica e sociale; così credo fermamente che sia importante ricostruire la scuola dal basso e dentro una società prevalentemente contadina.
Un abbraccio e un augurio di cuore a tutti i futuri insegnanti.
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RICORDATE QUESTA IMMAGINE?
Per difendere il proprio diritto di parola, al tentativo del Comune di Vicchio di indebolire le attività del nostro Centro, il vecchio e caro Nanni fu costretto a manifestare in queste condizioni!
Ciò nonostante perdemmo la battaglia, nel quasi silenzio totale, fu dato incarico al Forteto di sostituirci nelle attività di archiviazione e didattiche! La realtà è sotto gli occhi di tutti!
VOGLIAMO GIUSTIZIA!
Non sappiamo come è finito il dibattito in Consiglio Comunale sul Forteto. Non sappiamo se anche questa volta la logica di omertà e di protezione della Casta, innanzitutto, sia prevalsa sui valori!
Non ce ne stupiremmo, troppe sono state le volte che ci hanno con violenza chiuso la bocca.
Noi del Centro don Milani di Vicchio abbiamo taciuto non perché lo volessimo fare, abbiamo taciuto perché non siamo riusciti a coinvolgere nel nostro progetto alcuna delle lobby locali, politiche o sociali che fossero. E’ giusta la definizione?
Abbiamo comunque parlato con tutti coloro che ci hanno avvicinato, lo si può dedurre dal comportamento del nostro Presidente che nonostante l’età ha sempre reagito a qualsiasi sorta di soprusi.
CHI TACE ACCONSENTE!
La notizia prende il sopravvento quando è ben direzionata!
E a Michele Gesualdi, diciamo di venire a viso aperto in un pubblico dibattito a dimostrarci perché solo lui ha il diritto di rappresentare, a Barbiana, gli allievi di don Milani?
Avanti |
LA NOSTRA SOLIDARIETA' A DON GIACOMO PANIZZA
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VENERDI' 13 GENNAIO 2012
PRESSO L'UNIVERSITA' DI COSENZA
ORE 9.00
INCONTRO CON EDOARDO MARTINELLI
Presidente della Fondazione don Milani di Lungro
L'OBBEDIENZA NON E' PIU' UNA VIRTU'
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In questi giorni sigleremo un protocollo d'Intesa con
l'Università della Calabria
e alcune scuole della provincia.
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L'UTIMA SETTIMANA DI GENNAIO 2012
VITA COMUNITARIA E INCONTRI
per definire il PROGETTO MONTAGNA
"DA VERBICARO A CAMPOLONGO"
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IL CENTRO NUOVO MODELLO DI SVILUPPO RISPONDE A QUESTE 12 DOMANDE
1. Cos'è il debito pubblico?
2. Come si è formato il debito pubblico in Italia?
3. A quanto ammonta il debito pubblico italiano?
4. Chi detiene il debito pubblico italiano?
5. Che cos'è la speculazione sul debito pubblico e perché ci danneggia?
6. Perché si tagliano le spese sociali in nome del debito pubblico?
7. Perché tutti invocano la crescita per la soluzione del debito pubblico?
8. Cosa significa “congelamento del debito?
9. Quali possono essere le conseguenze collettive del congelamento del debito?
10. E' vero che se lo stato congela il debito, i clienti delle banche non avranno più indietro i loro
depositi?
11. E' possibile congelare il debito pubblico salvaguardando le famiglie che hanno investito in
Buoni del Tesoro?
12. Quali strategie si possono perseguire per ridurre il debito pubblico senza danno sociale?
ECCO LE RISPOSTE!
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