Scuola di Barbiana-Home-Scuola di Barbiana

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BARBIANA 2040

 


IL CONTESTO DI REALTÀ
 

I_careLo stato di salute della società è equivalente alla ricchezza espressa dal numero e dalla qualità delle parole che utilizziamo negli ambienti in cui ci aggreghiamo. Quindi è importante avere un linguaggio, attivo e passivo, colmo di vocaboli, da capire e da interpretare, al fine di perseguire obiettivi comuni. Riconoscere ed utilizzare le parole, che fungono da congiunzione o separazione tra i personaggi, le epoche ed i contesti, è uno degli obiettivi principali del nostro laboratorio. 
Se la realtà è descritta dalla narrazione che facciamo, è ovvio pensare che siano le parole a determinare il deterioramento o il funzionamento di tutti quei presupposti che noi chiamiamo civiltà. E la parola rimane viva quando ci libera. Ossia, quando esprime quelle relazioni, tra le persone e le cose, ricostruendo ed espandendo quei valori che di volta in volta abbiamo conquistato. Ed è così che qualsiasi termine utilizzato si trasforma nel tempo, perché solo nel suo mutare, ed essere rinominato, è capace di esprimere la crescita culturale ed i livelli di libertà persi o raggiunti. Significativo, in questo senso, è il testo elaborato a Barbiana nel '63. Dove gli allievi di allora rincorsero la parola 
 'borghese'” sulla linea del tempo. Essere borghesi, gli abitanti del borgo che hanno dato vita alla bottega e all'arte dei mestieri, significa oggi essere dei mollicci, dei pavidi, uomini e donne insignificanti rispetto al moto rivoluzionario che dentro questa parola si era generato. Su un simile percorso abbiamo costruito sia la Ricerca Azione per capire il nativo digitale  sia le scritture collettive degli insegnanti e degli allievi che partecipano al nostro progetto. 
La parola viva non può restare solo faccenda del filologo o degli addetti ai lavori, semplici funzionari, spesso senza vocazione. Deve essere usata anche dall'uomo della strada, perché è nei contesti reali che diventa Storia. Questo ci insegnava Lorenzo Milani. Il povero potendo solo reagire oppure perire, in una logica di contrapposizioni tra le classi sociali, era l'unico ad essere potenzialmente libero dal linguaggio imposto dal potere. È questo concetto che ci ha suggerito la frase provocatoria: “La lingua la fanno i poveri, i ricchi la cristallizzano per sfottere chi non parla come loro” (Lettera a una professoressa). 
Ma questa espressione aveva un senso quando l'analfabeta possedeva una propria cultura. Perciò, nel prendere coscienza, il suo vocabolario si arricchiva comunque. Lo abbiamo visto palese nella politica, alla fine degli anni '60, quando abbiamo conquistato il diritto allo studio nei contratti di lavoro. Purtroppo, se è vera l'analisi sull'analfabetismo di ritorno (in base alla ricerca Tullio De Mauro il 70% degli italiani non sa più leggere e scrivere), significa che, sparita la cultura contadina ed operaia, questo diritto ha perso la sua motivazione. A Barbiana ci eravamo convinti che il sedimento, che la parola crea e traccia nel tempo, dovesse restare sempre attivo e compartecipe del cambiamento. Ma se la linea temporale, il nostro schema storico impresso nella nostra memoria già in tenera età, grazie ai racconti che si eternano attraverso le generazioni, diventa fluida, allora diventano instabili anche gli eventi associati. Addirittura diventa incerta la nostra stessa esistenza, perché priva di nesso logico con la vita. 
Con un ricordo ridotto al minimo, perdiamo ogni capacità di prevedere e progettare. Scholè, il tempo retroattivo alla motivazione, viene sostituito con un tempo interattivo solo con gli archivi digitali. Ma per quanto si possa intuire che abbiamo indebolito il legame con le nostre stesse radici, dobbiamo prendere coscienza che il rimosso, il dimenticato, la latenza e perfino il pensiero più debole restano sempre potenzialmente in atto. Infatti agiscono a più livelli di sapere, sia nell'inconscio che in quelle attività psichiche che raggiungono la soglia della coscienza. 
Ma cosa combina la parola che, pur agendo, resta inconsapevole?
Proprio nelle parole più ovvie si cela un'amara realtà, che si muove ed agisce nella mente di chi, povero di cultura, non sa riconoscerla. L'oppressione di oggi è più inquietante di quando eravamo sottomessi alla servitù della Natura, che comunque ci spingeva a rivedere le nostre abitudini. In questa fase storica il giogo sul collo è posto dagli apparati della società, resi da noi stessi immutabili. I quali, essendo funzionali e dipendenti da una burocrazia ingessata e non più liberante, ci rendono passivi rispetto a quello che una volta era un semplice strumento d'uso. Per questo motivo il linguaggio economico, finanziario e sociale, si sintetizza sui livelli più bassi. Quante menzogne! Quando il potere supera i limiti consentiti dalla natura mina le fondamenta su cui poggia. Questa base, sostituita da un eccesso di consumo e di spreco, si auto genera all'infinito creando un falso equilibrio: il potere delle oligarchie. 
I nuovi padroni della tecnica, si comportano come quelli che dominavano in passato. Non vogliono migliorarsi vicendevolmente. Il loro scopo è la contrapposizione. Una logica gerarchica e pericolosa che si maschera ancora dietro i vecchi conflitti ideologici, mentre nella realtà ha coniugato capitalismo e comunismo in un progetto unico che ha per fine la sopravvivenza di pochi privilegiati. A scapito di una moltitudine incolta ed impreparata a reagire. La lingua del potere è infatti una lingua cristallizzata e di semplice uso per essere utile a se stessa. “Scuola vivi fine a te stessa” era la critica principale della nostra lettera. Impermeabile a qualsiasi stimolo che provenga dall'esterno, il potere di oggi, non solo censura, ma trasforma il significato delle parole, manipolandole e svuotandole del loro senso, acquisito nel tempo, dalla prima emissione di un suono alla formulazione di un termine o di una frase. Perché questa operazione di smontaggio e ricostruzione si lega alle intenzionalità, che esprimiamo in quanto individui e non obbedienti funzionari d'apparato. 
In "Università e pecore", mettendo a confronto i mondi della sua infanzia, in famiglia,  e della maturità tra i contadini di Barbiana, il Priore si racconta. Parla di due mondi separati da confini invalicabili della cultura e che lui, passando da un mondo all'altro, riusciva a vedere entrambi con l'occhio curioso e attento del convertito. È impressionato dai processi culturali per cui una parte dell'umanità, obbligata ad estraniarsi dalla propria coscienza, si identifica nel potere e ne diventa strumento passivo. 
Combattere l'alienazione per trasformare i metodi e i criteri di un sistema consumistico, diventato regime, sarà il suo modo di aderire alla realtà, sia come uomo che come credente. In questa opera descrive, in un episodio reale e crudo, la vita dei pecorai, Adolfo e Adriano, e del signorino: "... così Adolfo ha passato la sua infanzia colle pecore e ora è grande e lavora invece il podere e colle pecore manda Adriano. E Adriano ha già 10 anni ma è analfabeta come il suo babbo solo perché non può andare a scuola perché ha da badare le pecore che hanno da fare la lana e gli agnelli e il cacio. E poi si vende la lana e gli agnelli e il cacio e la metà d'Adolfo basta solo per campare mentre la metà del signorino messa insieme a altre metà di altri poderi basta bene per andare a scuola fino ai 35 anni e far l'assistente universitario volontario cioè non pagato e vivere nei laboratori e nelle biblioteche là dove l'uomo somiglia davvero a colui che l'ha creato che è sola mente e solo sapere". 
Lottando per la liberazione del povero dall'alienazione della materia, cioè dal solo lavoro, il Priore consente a una cultura muta il diritto alla parola. Un diritto che difenderà sempre, con rigoroso anticonformismo. Non sarà "ideologica" la scelta dei poveri, ma determinata dal senso di colpa, dall'amore e dalla concretezza dei rapporti che instaurerà. Il suo desiderio di giustizia mette a fuoco l'indifferenza della gente, un'indifferenza che lui definirà cieca e assassina: "Ma domani, quando i contadini impugneranno il forcone e sommergeranno nel sangue insieme a tanto male anche grandi valori di bene accumulati dalle famiglie universitarie nelle loro menti e nelle loro specializzazioni, ricordati quel giorno di non fare ingiustizie nella valutazione storica di quegli avvenimenti. Ricordati di non piangere il danno della Chiesa e della scienza, del pensiero o dell'arte per lo scempio di tante teste di pensatori e di scienziati e di poeti e di sacerdoti. La testa di Marconi non vale un centesimo di più della testa di Adolfo davanti all'unico Giudice cui ci dovremo presentare. Se quel Giudice quel giorno griderà: "Via da me nel fuoco eterno" per ciò che Adolfo ha fatto colla punta del suo forcone, che dirà di quel che il signorino ha fatto colla punta della sua stilografica? E se di due assassini uno ne vorrà assolvere, a quale dei due dovrà riconoscere l'aggravante della provocazione? " (Università e pecore, Opera Omnia)
La vita e gli eventi quotidiani diventano memoria storica di soprusi e angherie che avvengono davanti ai suoi occhi e dentro il suo popolo. La sua figura ha rappresentato, in questo secolo appena passato, un momento di riflessione dell'uomo su se stesso, completa delle esperienze vissute sia nella condizione di ricco che in quella di povero: "il maestro deve essere per quanto può profeta, scrutare i "segni dei tempi", indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso". (Lettera ai giudici)
Aprire gli occhi, per non subire il contagio di questa follia collettiva che ci sta conducendo all'autodistruzione, ci porta a riconsiderare le nostre Coscienze, a ricordarci il momento in cui hanno impresso in noi il rispetto delle leggi naturali ed universali. Le stesse leggi che hanno dettato la nostra Costituzione, quando diventò il fulcro, ma anche il ponte, per quei cambiamenti che hanno dato vita allo Stato Sociale. 
Il nostro sguardo deve andare oltre l'immediato. Se vogliamo dare ai giovani un'immagine di futuro, dobbiamo ricordare loro che il bene è raggiungibile soltanto dentro questo patto originario, che anima l'Universo e che non è contenibile in un nome, perché, presente in ogni epoca, ha ispirato tutte le culture e religioni. Il punto d'incontro, il vero ecumenismo, laico o religioso, non può che generare riconciliazione, perché crea saldatura tra il dire e il fare. Volendo tornare ad essere coerenti con questo vincolo iniziale, s'impone, direbbe il nostro Priore, una piena “aderenza tra la parola ed il pensiero”. 
Quando la parola diventa incoerente opprime qualsiasi intenzionalità individuale. Omologati ai valori di questo capitalismo globale, il fulcro del nostro stare insieme non è più la convivialità, ma l'isolamento. Per combattere questo potere perfido ed invisibile dobbiamo abbattere il dogma della crescita e della corsa, dentro il quale è ormai impossibile coniugare giustizia e libertà. 
La dialettica generata alla fine degli anni '60 dava finalmente, nella costituzione dei saperi, un ruolo attivo al singolo individuo. L'uomo, in quanto pensante, era tornato ad essere protagonista rispetto alla propria vita e quindi anche alla Conoscenza. La quale non si esprimeva più attraverso logiche dittatoriali o oligarchiche, ma, con la nascita delle nuove forme di democrazia, faceva emergere un soggetto nuovo, carico di pulsioni. Il singolo individuo, non solo aveva acquisito il diritto al voto, ma cominciava ad esprimere la criticità, attraverso forme di lotta che contemplavano l'appartenenza: lo sciopero e la protesta palese, rispetto anche al nostro modo di vivere e consumare. 
Una soggettività che per quanto consapevole, però, non era sempre disinteressata. Infatti vi abitava ancora al proprio interno un ingorgo di irrazionalità ereditato dal ventennio fascista e alimentato dai conflitti che per cinquanta anni avevano devastato l'Europa nella prima parte del secolo scorso, ma anche da un neocolonialismo, aggressivo verso i paesi poveri, che ancora perdura. Desideri perversi che si potrebbero riassumere nella semplice e assurda volontà di potere. Un potere, dentro al quale nascevano le logiche che a loro volta hanno generato le strategie capaci di controllare ed indirizzare la nuova cultura di massa. 
Questa riflessione, sull'intreccio tra il dominio del potere e il dominio del sapere, era anticipata, in una visione più concreta sulla teoria della conoscenza, dal cappellano di San Donato. Che già negli anni '40 del primo dopo guerra, non separava i due domini, perché intravedeva nello Stato democratico che si formava, una continuità d'intenti col passato. Mascherati da deputati in Parlamento, i nuovi ideologi, in realtà, rimanevano vincolati ai privilegi classisti di Gentile, fossero di destra o di sinistra non ha importanza. Per questo motivo, nella Lettera a una professoressa, li accomuniamo, e non è una semplice provocazione, nel Partito Italiano Laureati. 
A parte la breve stagione delle lotte operaie per l'equiparazione dei salari e delle mansioni, oggi la forbice che separa le oligarchie ricche dagli altri strati sociali, ceto medio compreso, è sempre più larga. E i vecchi leader del movimento del '68, trasformati dal Sistema in semplici funzionari, comprati dagli alti stipendi e poi dispersi nei meandri dell'apparato, proprio loro, svolgono i ruoli più inquisitori in difesa della finanza e di controllo sugli strati più deboli della popolazione. Sia quando stanno posizionati ai vertici dei partiti o dei sindacati, sia quando svolgono attività economiche e sociali. Ci siamo liberati dalla servitù della Natura ed abbiamo sostituito tale dipendenza con quella degli apparati. I meccanismi del potere si manifestano oggi anche nelle storture dello Stato, nella finanza, nel potere bancario e nel consumo effimero di bisogni appositamente creati. Nelle logiche dello scambio globale, economico e culturale, si gestiscono i rapporti di forza di un regime che si riproduce da sé, senza esprimere la volontà dell'elettore, e che ha costruito nuove identità. 
Il trionfo del neoliberismo che sta generando movimenti autoritari e nazionalisti a scapito della democrazia, che non è solo parlamentare, avvelena e distrugge ogni forma del nostro stare insieme. Vogliamo una società che procede a ritmo umano e non ai ritmi folli della tecnica. O l'uomo o la macchina! Lo strumento, quando da servitore diventa despota, distrugge di fatto la relazione umana. E mentre l'austerità non preclude il piacere, ma acutizza desideri nuovi stimolando il cambiamento, la falsa abbondanza, nel suo velocizzare il tempo e riempire ogni spazio, che è poi un luogo e un  presente irreale, produce solo tensioni, aggressività ed avvelena l'ambiente. Una vita libera e ricca di sorprese ci porterebbe a riconoscere le nostre singolarità. 
Ricostruire un nuovo umanesimo significa dominare lo strumento. che ormai è parte dei nostri occhi e delle nostre mani. La macchina doveva rimpiazzare l'uomo per renderlo libero da ogni schiavitù. Invece siamo diventati sempre più degli accessori o ingranaggi. Ma che senso ha la conoscenza se non la gustiamo interiormente? 
Esistono ideologie per una seria critica al capitalismo, anche quello di Stato, ma poche sostengono idee capaci di gestire e analizzare la crisi determinata dal modo comune di produrre e consumare. Un sistema burocratico che è asservimento del produttore ed intossicazione del consumatore. Insieme ai prodotti di consumo aumentano infatti le carenze di bisogni veri. Purtroppo il controllo sugli strumenti non è più frutto di un processo sociale, i vecchi comitati paritetici sui prezzi o la Banca Centrale controllata dallo Stato, ma è affidato ad un equipe di esperti che sondano gli eventi per organizzare il nostro futuro. 
Questi nuovi sacerdoti hanno dimenticato che prima impariamo la parola, poi l'alfabeto e la logica dei codici. La parola codificata a priori, prigioniera delle griglie di un ipotetico programma a sua volta ordinato in norme e discipline, trascritte anche in un codice definito: Bisogni Educativi Speciali, ha spostato l'attenzione dal soggetto al sintomo che lo rappresenta e questo avviene già in età infantile. L'allievo, tradotto in dislessico, iperattivo, disgrafico etc., è diventato facile preda delle malattie. La distrazione, tradotta dentro uno spazio protettivo, come essere in un manicomio, diventa oggetto di sapere per gli psicopatologi. E non è più la manifestazione di chi vive un disagio che va analizzato a fondo. La cui espressione alta dovrebbe essere la criticità e non l'ossequènza ai nuovi guru. 
Le riprovazioni moralistiche e la scipitezza del loro linguaggio porta a farci credere, con Lorenzo, che è giunta l'ora di liberare lo scrittore puro, presente in ogni ragazzo, che ancora sente la mancanza e che, per esprimere la volontà e il desiderio di attingere al vero sapere, deve in qualche modo liberarsi dalla sudditanza verso una parola talmente cristallizzata da diventare un ordine. 
Questa perfezione nell'elaborazione della didattica, da parte degli esperti, cela di fatto una grande attività distruttiva dei valori essenziali espressi dalla legge Basaglia e dal primo Canevaro. Una liquefazione che mina alla radice la Scuola di Stato. Sono gli stessi criteri espansivi della tecnica ad ispirare le loro scelte e a nominare le cose. La sovrapproduzione di un servizio equivale a ciò che avviene in campo industriale. Gli esperti, vedi i BES, non educano più alla convivialità sempre più liquida, ma generano  meccanismi di pressione sul deviante e di repressione nei confronti di chi non è ligio all'obbedienza assoluta. 
Analizzare il rapporto tra l'uomo e il suo strumento per ricondurlo ad un equilibrio di tutte le dimensioni della vita umana è compito di una scuola che si rifonda dal basso. Sta a noi insegnanti individuare le soglie che delimitano la nostra possibilità di sopravvivenza. Se non educhiamo a capire cosa significa superare certe soglie, siamo corresponsabili della distruzione dell'intero corpo sociale. I punti del non ritorno, ecco il motivo del nostro titolo dato al progetto, Barbiana 2040, sono ben visibili nello sfruttamento delle risorse che ci conducono ormai alla distruzione dello stesso pianeta. 
La guida di funzionari falsamente esperti mette a repentaglio le potenzialità dei docenti e dei nostri allievi. Distrugge le loro singolarità e le risorse presenti nel tessuto sociale, che non interagiscono più con la scuola. E se i soggetti del territorio non possono esprimersi liberamente, restano imprigionati da una legislatura sempre più cavillosa, che impedisce loro di evolversi, crescere o di auto correggersi. Alla fine è proprio questo monopolio degli esperti a determinare i bisogni, sempre più inventati, i quali si auto generano all'infinito e si allontanano sempre più da quelli che esprimerebbe la società reale. Dove le vecchie identità scompaiono in un futuro imprevedibile.  In poche parole possiamo dire che la casta degli esperti non va verso il naturale cambiamento della società, ma vuole soltanto dominare l'uomo, gli stessi criteri in cui affanna la politica, che non riflette con i propri elettori, né consente loro qualsiasi comprensione degli eventi importanti: il clima, le guerre e il potere bancario. Le cause vengono relegate in secondo piano rispetto agli effetti: migrazioni, povertà e disastri ambientali. Utilizzati più come spauracchio che per una vera presa di coscienza. 
Domandiamocelo: “ Perché le competenze non maturano più nella società reale e marciscono invece tra le scartoffie della burocrazia?” Semplice la risposta: “Perché lo scopo delle case editrici, Erickson compresa, sono i guadagni e non le idee”. 
Così mentre Barbiana viene relegata al mondo dell'Utopia, permane il dogma di chi detiene il Sapere. Sappiamo che, prima o poi, la crescita esponenziale della tecnologia potrebbe neutralizzare l'uomo, ben oltre i limiti attuali. Fino ad indebolirne la presenza. Fino a determinare la nostra evoluzione, o estinzione, nei secoli futuri. Ma a questa svolta rivoluzionaria, e reazionaria al contempo, ancora non reagiamo nel modo appropriato. Sì, una forma assurda di comunicare governa l'epoca della robotizzazione. Eppure senza questi strumenti, ormai reali, non viviamo più! 
Mai come oggi i nostri figli sono plasmati solo dalla società! Quale società, è da capire, perché sia la comunità che la famiglia, causa il permissivismo e la distrazione dilagante, appaiono sempre più assenti. Sappiamo che la riduzione di personale, determinato dalle nuove macchine, non sarà mai più compensato in ambito industriale, ma ciò nonostante non si educa ad investire i guadagni, che sono aumentati e mal distribuiti, nei servizi, come quando nasceva lo Stato Sociale. Ancora si confonde la democrazia con il capitalismo, si invoca la Costituzione e non si capisce che proprio essa porta al superamento del Comunismo ideologico a favore dello Stato di Diritto. 
La Costituzione, la prima scrittura collettiva, la dialettica vera, quella rivolta al Bene Comune, la prima scuola attiva per intendersi, fu prodotta dai padri costituenti. I quali rinunciando alle inutili contrapposizioni ideologiche inventarono parole che volevano essere punto di congiunzione, a fronte delle divisioni che generava la guerra fredda. Riformando il sistema dei valori rigidi, ereditato dal Nazifascismo, ci consentivano di convivere dentro le identità più diverse. Solo una folla variopinta, che sa coniugare giustizia e libertà, ci renderà la vita eccitante e ci consentirà di liberarci dall'omeostasi di follia di guerre che generano povertà e povertà che generano conflitto. Dobbiamo puntare lo sguardo sui rituali della vita, compreso l'addormentarci e il mangiare in un certo modo. Queste ritualità sono ancora gli indicatori sani dell'appartenenza nel fare comunità e consolidarli ci consentirebbero di combattere duramente quei modelli che isolano perché ci fanno solo competere. Le parole utilizzate, dal nostro Maestro, nelle lezioni alla scuola popolare erano semplici ed essenziali: “La povertà dei poveri non si misura a pane, casa e caldo. Si misura sul grado di cultura e la funzione sociale”. Alla messa dei giovani di una domenica mattina, di cui nessuno ricorda la data, aveva lanciato un messaggio chiaro. Era sceso dal pulpito e, appesa la cartina della Palestina ad una colonna della chiesa, aveva cominciato a contestualizzare il Vangelo, creando un rapporto dialogico con il popolo. Se Dio ha parlato, compito del sacerdote è quello di fungere da tramite. Un ruolo umile, ma non subalterno, che voleva rendere compartecipe chi era escluso dal possesso della parola.  La democrazia non si predica dalla cattedra, ma si esercita in aula. Mai il Priore ha fatto una lezione frontale! Per questo motivo sempre ribadiva: “La parola è la chiave fatata che apre ogni porta”. È la parola che rimbalza casuale a veicolare la didattica verso gli obiettivi curricolari ed a nominarla deve essere l'insieme della società: alunni, insegnanti e genitori. Ma non nella logica populista che rispetta solo l'audience o gli istinti più bassi, ma in quel rapporto, che sempre siamo stati capaci di costruire, quando c'è stato il dialogo. 
Lorenzo Milani contrappone alla ricerca del benessere economico, della riuscita scolastica o professionale quello che per lui sarà il massimo delle aspirazioni: il piacere di sapere per non essere subalterni. Liberandosi, con l'insegnamento, dalle colpe materialiste e atee dei signori, libera i poveri dall'analfabetismo. L'intercapedine dura che separa l'uomo anche dal messaggio evangelico. Agire dentro la Storia ha per lui valenza di fede. Una fede che ha riscoperto il grande valore delle culture "subalterne" e che, volendo conservare Dio all'interno delle proprie tradizioni, non vuole assimilare la cultura materialista e atea della classe dominante. In questa società, quella della manipolazione genetica e delle nuove tecnologie, bisognerà ricredere in ciò che è essenziale alla vita per poter condividere le risorse e per salvare noi e il pianeta. Altrimenti, il Dio motore della Storia se ne andrà, portandosi dietro tutti i suoi santi, Lorenzo compreso, e chissà per quanto tempo.

7 SETTEMBRE 2019, Scarperia:
1° seminario NAZIONALE
BARBIANA 2040

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RELAZIONE MARTINELLI
BARBIANA 2040
1° SEMINARIO NAZIONALE

 

Lorenzo Milani raccontato dai suoi allievi

Intervista a Edoardo Martinelli sulla Marcia di Barbiana 2019

Intervista a Edoardo Martinelli su Barbiana 2040

Intervista a Edoardo Martinelli su Barbiana 2040 parte 2


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LA PAROLA

“codificata e non”


PEDAGOGIA DELL'ADERENZA

di Edoardo Martinelli
Scuola di Barbiana

 

* * *
 

Nell'autunno del '65 il Priore mi chiese di accompagnarlo a Firenze per alcune cure mediche. Lo chiedeva a me, perché? Non avendo la famiglia vicina ero sempre libero e disponibile. Direi anche felice di andare in città, oltre che di stare con lui. Si arrampicò su per una salita, guidando la cinquecento dell'Adele, per la stradina tortuosa che da Vitereta arriva alle Salaiole  e, giunto in un piccolo borgo, si fermò di botto esclamando: “Edoardo cosa vedi in quel muro?” Avevamo la macchina a un metro da un enorme muro in pietra. Sorpreso e disorientato, balbettai qualcosa. In realtà non sapevo cosa dire. Allora lui: “Dove andrai mai, se non sai nominare neppure quel che vedi?” Rimasi pensieroso ed ammutolito, ma anche pieno di curiosità. Dopo poco, le sue parole animavano. Ed i suoi racconti ricostruivano nei minimi particolari tutto ciò che ci circondava. E riempiendo gli oggetti di storie, mi conduceva all'origine delle parole, ricostruendo gli eventi che le avevano viste nascere, crescere o morire. Perché quelle pietre s'imparentavano e diventavano un tutt'uno con quelle del chiesino e delle case che formavano il paese. Ed era un piacere, per lo sguardo, tutto ciò che scoprivo attraverso il suo parlare. Non era più lo stesso scenario che avevo visto di primo acchito. No. Anche i muri a secco, oggi patrimonio dell'umanità, erano belli e funzionali! Si arginava con le pietre lo spazio per potere utilizzare il terreno al massimo ed impedire all'acqua piovana di portarlo via. Le pietre parlavano una ad una. Perché uguali, ma anche diverse. Diversa poteva essere anche la provenienza. Raggiunta la Faentina e presa la strada che a Firenze giungeva passando da Fiesole, si fermò sotto alcuni cipressi in un punto alto e da dove si poteva osservare, con un solo sguardo, la città medioevale e rinascimentale. Mi spiegò tutto quello che si vedeva e dovetti fantasticare non poco a trasformare i viali in vecchie mura o a liberare mentalmente l'antico dal moderno. Fu una lezione bellissima di aderenza totale al territorio e al contesto di realtà che io vivevo in quel momento, nei miei limiti culturali e nelle mie potenzialità. In uno spazio e tempo scuola diverso dalla comune aula. E non finì tutto lì, perché, giunto in centro, trovò il modo di soffermarsi al Duomo, prima di accompagnarmi dai frati di San Marco che a loro volta furono costretti a spiegarmi tutto ciò che era rappresentato nella Chiesa e nel Convento. Ricordo che proprio guardando gli affreschi del Beato Angelico, nella loro estetica e in ciò che raccontavano, mi scattò dentro un senso di piacere, ma anche di rivalsa, che era poi desiderio di conoscenza, ma anche scoperta della mia identità. Sì, perché mentre i ricchi, come lui, godevano il privilegio di sapere, noi poveri avevamo solo quello di capire. Se avevamo la fortuna di incontrare un buon maestro capace di volerci bene. L'appuntamento successivo fu a casa della madre, in via Masaccio, ed io ero così carico di buoni propositi che, per innocente coerenza con quello che mi aveva insegnato, presi il mio piatto, sotto lo sguardo di un Priore irato e sofferente, ed andai a mangiare in cucina con la serva in cucina. La madre era rimasta molto male e il Priore le diceva: “Ma cosa ci posso fare se a me i figlioli vengono così?”  In realtà al ritorno dovetti ascoltare una bella ramanzina. E pensare che solo due anni dopo, tra me e la madre, nella fase terminale della malattia, che riportò Lorenzo nella casa materna, si instaurò un rapporto di grandi tenerezze che non sono mai terminate e di cui mantengo il ricordo.